Il volontario Psf a Nonthaburi e la ginnastica delle rappresentazioni

Scritto per Psicologisenzafrontiere.org

Giovedì 29/05/08

Fare una scelta di Aiuto alla cooperazione allo sviluppo non è una scelta di per sé facile. Farlo sotto l’identità professionale di psicologo, ovvero essere riconosciuto come tale dalla gente dei luoghi remoti in cui si opera, è ancora più difficile se si pensa che la psicologia è essere esperti del sistema di rappresentazioni della persona, è essere esperti di senso comune, è condivisione di costrutti di senso e significato. Dare poi da bere alla sete di risposte dei committenti thailandesi, clienti così lontani dalla nostra cultura, è una impresa molte volte prima di tutto imbarazzante, proprio perché non si condividono i valori, gli stili educativi o il senso delle cose. 


Urge una premessa teorica. Nella vita di tutti i giorni viviamo immersi nel mondo delle categorie, piuttosto che delle cose in sé. Incontriamo un poliziotto e siamo di fronte ad un poliziotto, non ad un padre di 3 bambini, con uno stipendio minimo per mantenere la famiglia, con l’ebbrezza dovuta all’acquisto della nuova auto fiammante, con la suocera in ospedale, ecc…


Non possiamo cognitivamente considerare ogni elemento percettivo o immaginifico ma ci affidiamo fiduciosamente all’uso di categorie riassuntive. Così vediamo rappresentazioni dell’Altro e non l’Altro. Le caratteristiche di queste categorie di senso e significato, apprese culturalmente, sono già stampate nei nostri occhi, per cui noi vediamo esattamente quello che è già nei nostri occhi, ovvero le categorie apprese culturalmente. È come se il mondo non ci riservasse più sorprese perché leghiamo il nuovo al vecchio: niente di nuovo rimane sospeso nel vuoto, non legato ad una rappresentazione già in nostro possesso (Moscovici, 2006).


Questa premessa serve ad un’osservazione fondamentale: il volontario che arriva in Thailandia non vedrà niente di diverso ed inaspettato dalla sua vita quotidiana in Italia, salvo particolari usanze come il togliere le scarpe per entrare in alcuni ambienti o il salutare con le mani giunte. Questo poiché (anche per colpa delle difficoltà linguistiche) si tenderà a legare ciò che si vede alle proprie aspettative, alle proprie rappresentazioni, al proprio filo di pensiero.
 
Si sta studiando, dunque, il modo per preparare le future generazioni di volontari a fare “allenamento alla gestione delle proprie rappresentazioni”. Un esempio di rappresentazione: arrivare in questo posto con la rappresentazione di sé di volontario può lasciare immaginare che si interverrà con popolazioni bisognose, povere o malate, e che queste possano essere felici di vedere un volontario che dia il proprio aiuto gratuitamente, dimostrando tale sentimento con abbracci. Già la stessa posizione in cui collochiamo noi stessi ci restituisce una previsione, un’aspettativa rispetto all’Altro.


L’aspettativa viene confermata: alcuni bambini con maglietta sporca saltano al collo dei nuovi arrivati. La verificazione delle ipotesi avviene attraverso una mediazione (interpretazione) “viziata” dalle nostre aspettative dettate dalle nostre rappresentazioni: la maglietta è sporca perché i bambini sono poveri e saltano al collo perché sono felici. L’aspettativa è confermata e non si prende in considerazione che la maglietta possa essere sporca per sciatteria del bambino e che si possa saltare al collo per accaparrarsi le grazie economiche dello straniero.


Molte volte ci si autoconvalida le aspettative, altre volte, quando sussiste qualche elemento che proprio non può legarsi alle ipotesi formulate, come farebbe uno scienziato, si prova a formularne di nuove.


Il progetto è di pensare per le prossime generazioni ad un “allenamento alla gestione delle proprie rappresentazioni”: come cambiano nella nostra mente le nostre rappresentazione se ci riferiamo ora a “persone che vivono nelle baraccopoli”, ora a “quartieri malfamati”? Che immagini ci saltano immediatamente in testa se ci riferiamo ora ad “adolescenti in difficoltà”, ora a “delinquenti”? L’allenamento è a non dare per scontato le proprie rappresentazioni, mettendole periodicamente in dubbio, sostituendole, al fine di imparare pian piano a trarre elementi adeguati alla comprensione del sistema simbolico del gruppo Thai col quale lavoriamo.
 
Antonio Consiglio
 



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